Manganellate e multe. È un metodo brutale per silenziare il dissenso

Manganellate e multe. È un metodo brutale per silenziare chi non è d’accordo su una “grande opera” del cui valore si parlerà nei prossimi decenni con il rammarico e il rancore di chi si sente preso tragicamente per i fondelli dall’ennesima multinazionale di capitalisti furbacchioni e per nulla impensieriti dalle alleanze con dittatori di ognidove. Ma il questore di Lecce ha dichiarato che, secondo lui, la lotta politica si può fare in un solo modo: chiamando i (“propri”?) parlamentari a cambiare le leggi. Se non volete la Tap fate cambiare la legge. Se la legge resta questa la Tap è legge e la legge va rispettata. Oppure manganellate (anche ai sindaci con fascia tricolore esposta) e multe, per stroncare ogni forma di ribellione alla radice.

Questa visione è politicamente arretrata: non contempla un ruolo vitale da parte di movimenti di cittadini, né alcun tipo possibile di pratica di dissenso. È, per questo, una visione buia e primordiale, che identifica il ruolo delle forze di sicurezza unicamente come braccio armato a difesa delle decisioni di legge, una sorta di carrarmato metaforico (ma nemmeno tanto) che deve spianare ogni dissenso usando ciò che a Genova causò shock e tragedia e che, sminuzzato in una miriade di piccole azioni repressive, si vuole capace di comandare ai cittadini di non agire, pena le più antiche sanzioni del mondo: le bastonate e la vile pecunia.

Nelle ultime settimane sono giunte altre clamorose conferme sul fatto che le forze dell’ordine italiane misero in atto qualcosa di orrendamente violento a Genova, nel lontano ma non remoto 2001. Negli ultimi anni, inoltre, diverse sentenze hanno appurato o stanno appurando responsabilità gravissime delle forze di sicurezza nella morte di cittadini italiani inermi e fragili (Aldrovandi, Cucchi e purtroppo anche altri). Nello stesso tempo, nonostante i segnali macroscopici di autocritica su Genova provenienti addirittura dal capo della Polizia, dott. Franco Gabrielli, i comportamenti delle forze dell’ordine non sembrano essere cambiati. Ne abbiamo avuto, ieri, ampia documentazione audiovisiva da Bologna, per lo sgombero del (molto popolare e apprezzato dai concittadini) centro sociale Labàs. È successo lo stesso a Melendugno nei giorni caldi del presidio No Tap, e sono poi fioccate multe spropositate contro chi, tra gli attivisti No Tap, si è trovato a praticare forme di resistenza non violenta.

Delle due l’una però: se ha ragione il dott. Gabrielli a fare autocritica su Genova non può avere contemporaneamente ragione il questore di Lecce nel predicare il ricorso sistematico alla violenza per attuare le decisioni del governo. Se invece ha ragione quest’ultimo e le forze di sicurezza devono limitarsi a bastonare le manifestazioni di dissenso – pur ovviamente disarmato – sembrerebbe logico che si dimettesse il Capo della Polizia Gabrielli, per manifesta incapacità di creare consenso ai vertici delle forze di controllo del territorio.

C’era comunque un tempo in cui alcuni sindacati di polizia prendevano le distanze da dichiarazioni belligeranti e sbagliate dei loro capi. Adesso invece sono gli stessi sindacati a proteggere le parole in libertà dei loro vertici. Peccato, peché così il cambiamento (e persino l’evoluzione antropologica) lascia il posto a una concezione della giustizia come vendetta.

                                                                                                                Stefano Cristante, per Lecce Bene Comune