Bat, Ruberti: “Uno degli scheletri più ingombranti negli armadi di questa città”

Il candidato sindaco di Lecce Bene Comune torna su una delle vicende più contraddittorie della storia recente nel capoluogo salentino e indica responsabilità precise e proposte per il futuro.

“Scheletri imbarazzanti” dentro “armadi che in pochi si azzardano ad aprire”: Luca Ruberti, candidato sindaco di Lecce Bene Comune alle prossime amministrative nel capoluogo salentino, usa questa immagine per parlare dell’ex Manifattura Tabacchi, la Bat, argomento di cui non si discute più neanche nel dibattito elettorale.

Due per Ruberti gli aspetti da approfondire dell’intera vicenda. Il primo riguarda il passato, il come si sia arrivati a questo punto e le inevitabili responsabilità da indicare: “Quella della Manifattura Tabacchi leccese – spiega – è una storia in cui la politica ha responsabilità pesantissime, al netto delle inchieste di cui si sta occupando la magistratura. Responsabilità politiche che vanno fatte risalire già al momento in cui si scelse di regalare un monopolio di Stato ad un privato”.

“All’epoca – prosegue – c’erano una ventina di stabilimenti in tutta Italia e quasi 4 mila lavoratrici e lavoratori occupati. Nei primi anni del nuovo millennio, questa macchina passa nelle mani di British American Tobacco (BAT). Oggi non ne resta più nulla. Nel 2010 BAT Italia decide di chiudere lo stabilimento leccese, per trasferire la produzione all’estero, e più di 400 lavoratori si vedono recapitare una lettera a ciel sereno che gli spalanca le porte dell’inferno. Parte un’operazione di riconversione che appare fittizia già al primo sguardo, su cui aleggia l’ombra di una fondazione politica ricadente nell’area dell’allora Pdl”.

Ruberti ricorda come esponenti dell’allora maggioranza di governo, vertici della Bat e una delle aziende coinvolte, appartenessero tutti alla stessa area politica ed alla stessa fondazione: “Da allora, però, le maggioranze ed i ministeri coinvolti nella gestione di questa fantomatica riconversione – puntualizza – hanno visto avvicendarsi diversi volti, tra tecnici e renziani di spicco, ma il risultato è quello sotto gli occhi di tutti. Quelle 400 famiglie avevano un reddito, poi sono rimaste appese agli ammortizzatori sociali – e ad una sempre più flebile speranza – e, oggi, anche quel filo si sta definitivamente spezzando. 400 famiglie che, quindi, si potrebbero definire sedotte e abbandonate dalla politica, nel corso di questi ultimi vent’anni”.

Il secondo aspetto riguarda il futuro di lavoratrici, lavoratori e famiglie: “Abbiamo intenzione di confrontarci, a breve – afferma -, con i principali protagonisti di questa vicenda, i lavoratori, rispetto all’ipotesi di soluzione a cui stiamo lavorando. E, a tal fine, chiediamo loro pubblicamente un incontro. Quello che per il momento possiamo anticipare è il cardine intorno al quale abbiamo deciso, fin dall’inizio, di far ruotare questo progetto”.

“Se l’obiettivo fondamentale è quello di consentire a queste famiglie di riappropriarsi della dignità di un reddito, frutto del proprio lavoro, che in questi anni gli è stata sottratta, il cardine del progetto – asserisce -, invece, è il tentativo di metterli nelle condizioni di non dover più provare, e magari essere costretti a manifestare in qualche modo, riconoscenza nei confronti di alcun politico, pronto ad indossare di volta in volta i panni dell’eroe per poi voltarsi dall’altra parte nei momenti decisivi”.

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